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anno II numero 1 - gennaio / febbraio / marzo 2019

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15 Dicembre 2025

GLI ESPERTI RISPONDONO

La nostra firma sul CCNL 2022-24

 Il 5 novembre la Gilda Unams ha sottoscritto, insieme ad altri quattro sindacati rappresentativi, il CCNL 2022-2024, pure nella amara consapevolezza che l’aumento delle retribuzioni, pari al 6%, copre appena un terzo dell’inflazione registrata in questo triennio. Perché dunque la nostra firma su un contratto che senz’altro non è “storico”, nonostante l’annuncio del Ministro? I Contratti Collettivi del pubblico impiego sono influenzati dal vincolo del pareggio di bilancio (art. 81 della Costituzione) e il loro rinnovo deve avvenire all’interno delle compatibilità economiche imposte dal bilancio pubblico, per cui la possibilità per i sindacati di ottenere aumenti significativi diventa molto ridotta.

La decisione sugli aumenti viene assunta nella Legge di bilancio, anzi, con la riforma operata nel 2016, la definizione degli obiettivi di spesa dei Ministeri è già prevista nel Documento di Finanza Pubblica, emanato ancora prima della Legge di bilancio.  Senza un apposito stanziamento preventivo dei fondi necessari per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego, non ci sono risorse disponibili. Il tetto del 6% di aumento per il triennio 2022-2024 era già stato definito nella Legge di bilancio 2022 (infatti la programmazione, in risposta alle direttive europee, è pluriennale), con un successivo incremento previsto nella Legge di bilancio 2024. Anche per il prossimo triennio 2025-2027 è la Legge di bilancio 2025 che ha già previsto lo stanziamento delle risorse e sostanzialmente nella stessa misura percentuale. Ecco perché da molti mesi abbiamo già visto in busta paga una anticipazione dei benefici del nuovo CCNL, anche nelle more del rinnovo contrattuale; ma allo stesso tempo qualsiasi spazio di trattativa è rimasto compresso, benché nell’ultimo triennio l’inflazione abbia eroso i nostri stipendi con un tasso quasi triplo rispetto all’aumento percentuale già destinato.

Al tavolo sindacale, dunque, la non disponibilità delle risorse paralizza qualsiasi rivendicazione. Dovrebbe essere almeno previsto, ed è auspicabile, un meccanismo automatico di recupero dell’inflazione: solo in questo modo la trattativa potrebbe puntare ad ottenere reali miglioramenti retributivi.

Patrizia Basili

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