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GLI ESPERTI RISPONDONO

“West Nile? La prevenzione si fa in primis con disinfestazioni programmate”

L’epidemiologo Ciccozzi a Nursind Sanità: “Bisognerebbe pianificare tre interventi da marzo a maggio per ridurre il numero delle nostre zanzare, che sono stanziali”. Poi avverte: “Attenzione al vento che le trasporta anche a due chilometri di distanza”

Foto di Wolfgang Hasselmann

Per il virus West Nile non c’è vaccino, non ci sono terapie antivirali ed è impossibile pensare di debellarne il vettore, ossia “la nostra cara zanzara culex, che abbiamo da circa un migliaio di anni”, spiega con ironia a Nursind Sanità l’epidemiologo Massimo Ciccozzi, responsabile di Statistica medica e epidemiologia molecolare dell’Università Campus Biomedico di Roma.

Ma allora come si può fare prevenzione? “Devi farla con approccio programmatico – aggiunge – e questo serve sia per la zanzara tigre che per la culex: bisogna pianificare delle disinfestazioni tra marzo e maggio, con tre interventi, così poi hai molti meno insetti. Se queste azioni non vengono compiute o sono insufficienti, allora i singoli cittadini devono attuare una profilassi agendo sui focolai larvali che proliferano dove ristagna l’acqua: pozze nel terreno, sottovasi”.

Ciccozzi poi però avverte: “La regola vuole che la disinfestazione copra un raggio di 200 metri dal caso di West Nile accertato, perché è vero che la nostra zanzara è stanziale, ma mai nessuno fa notare che il vento la porta anche a due chilometri di distanza. E a quel punto l’insetto inizia a pungere lì dove si trova. Quindi bisogna mappare le zanzare in modo attento e va sottolineato che di norma i nostri istituti zooprofilattici lo fanno bene”.

L’esperto ci tiene comunque a scongiurare ogni allarme: “Diciamolo chiaro: il virus non si trasmette da persona a persona. La zanzara è il vettore: punge l’uccello selvatico che è il serbatoio mentre i fruitori terminali sono usualmente i cavalli e in qualche caso siamo noi. A volte un cavallo infetto viene punto da un’altra zanzara che poi punge noi”.

Le altre raccomandazioni generali puntano invece su un abbigliamento chiaro, leggero e coprente, soprattutto al tramonto e all’alba, e prodotti repellenti da usare sulla pelle, mentre il nodo dei ristagni d’acqua può riguardare anche le piscinette dei bambini (da tenere in verticale quando non usate) e le ciotole degli animali (da svuotare e riempire di frequente).

Certo, i sette casi tutti concentrati in provincia di Latina (sono invece dieci in totale nella Penisola da inizo anno, secondo l’Iss) hanno attirato l’attenzione delle cronache. Due sono autoctoni, ma comunque i contagi non sono collegati l’uno all’altro. La Febbre del Nilo è ormai endemica nel Lazio e la vicenda della donna 82enne di Nerola (Roma) morta in ospedale ha suscitato forte preoccupazione, tuttavia “soltanto nell’1% dei casi si arriva a encefalite, coma e decesso. Le ricadute più gravi riguardano ovviamente soprattutto anziani e fragili, persone con co-morbilità”, chiosa Ciccozzi.

La maggior parte dei contagi sono asintomatici o paucisintomatici. A volte si presentano sintomi leggeri come febbre, mal di testa, nausea e vomito, sfoghi cutanei e linfonodi ingrossati. Durano qualche giorno e qualche settimana in rare occasioni, a seconda del soggetto e della sua età. I sintomi più gravi includono invece febbre alta, disorientamento, perdita di coscienza, debolezza muscolare, tremori, torpore, convulsioni, disturbi alla vista. E si può arrivare, appunto, alla paralisi e al coma, mentre alcuni effetti neurologici rischiano di essere permanenti.

Il ministero della Salute ha comunque voluto calmare le acque: “L’andamento epidemiologico è in linea con gli altri anni” e in ogni caso “sono state attivate tutte le misure previste dal Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta alle Arbovirosi 2020-2025”.

Di Ulisse Spinnato Vega

FONTE: NURSIND SANITA’
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