Con 78 voti a favore e 59 contro, ieri il Senato ha approvato il decreto legge Università e ricerca, che ora passa all’esame della Camera. La ministra Anna Maria Bernini ne parla con toni solenni: «Stiamo investendo con decisione nella ricerca perché crediamo che sostenere la scienza significhi dare forza al futuro del Paese». Ma il provvedimento contiene ben pochi elementi di novità.
Il punto principale è lo stanziamento di 160 milioni di euro (40 nel 2025, 60 per 2026 e 2027) per gli enti di ricerca vigilati dal Mur, «risorse aggiuntive – dice la ministra – che potranno essere utilizzate per potenziare specifici programmi e infrastrutture scientifiche e progetti di collaborazione nazionali e internazionali». Sono soldi che serviranno a dare una boccata di ossigeno alle infrastrutture di ricerca messe in piedi grazie al Pnrr. Ma non sono fondi strutturali che permettono nuove assunzioni di personale. Il problema della precarietà dei ricercatori, che costringe molti di loro alla fuga dalla ricerca pubblica, rimane dunque irrisolto. Soprattutto, i fondi hanno ben poco di «aggiuntivo» in quanto le risorse erano già a disposizione degli enti ricerca e il dl si limita a spostarli da un capitolo di spesa all’altro. Come dice Peppe de Cristofaro (Avs), nell’annunciare il voto contrario del suo gruppo, «è una partita di giro».
Quindici milioni infatti sono prelevati dal Fondo integrativo speciale per la ricerca, 25 dal Fondo italiano per la scienza, 90 dal Fondo italiano delle scienze applicate e 30 dal finanziamento del Consiglio nazionale delle ricerche. «Nulla sulla precarietà negli enti pubblici di ricerca che ha superato il 50%, nessun piano straordinario di stabilizzazione» dice il capogruppo di Avs. «La destra non vuole dare futuro a migliaia di ricercatrici e ricercatori». L’operazione di contabilità creativa non toglierà l’Italia dalle posizioni di fondo nelle classifiche internazionali sugli investimenti in ricerca. E infatti Barbara Floridia (M5S) parla di un decreto «un po’ fuffa e un po’ truffa» a immagine del governo Meloni: «Inconsistente, fuorviante e un po’ malandrino». Per i precari in realtà qualcosa c’è: il dl sblocca le stabilizzazioni del personale del Cnr con contratto a termine decise con la scorsa legge di bilancio ma mai avviate per mancanza dei criteri di selezione. Anche in questo caso però Bernini ha poco da sbandierare: il mini finanziamento (32 milioni in 3 anni) arriva dalla quota della legge di bilancio a disposizione delle opposizioni.
Il dl non parla però solo di scienza. Vengono svincolati 150 milioni per realizzare il piano d’azione «Ricerca Sud», creando ecosistemi dell’innovazione dall’Abruzzo in giù. Inoltre, su pressione delle organizzazioni sindacali della scuola, si sana la situazione dei laureati in Scienze dell’educazione e della formazione primaria: se si sono iscritti all’università prima del 2018-19 ora potranno accedere alla professione di educatori nei nidi per l’infanzia per la fascia d’età 0-3.





