È notorio che le norme italiane sull’inclusione è considerato un modello all’avanguardia a livello internazionale che sancisce il principio fondamentale dell’inserimento degli alunni con disabilità nelle classi ordinarie decretando così la fine delle classi differenziate ancora presenti in molti stati.
Il tutto è stato inquadrato nella legge 104/1992 e con disposizioni successive che hanno allargato il principio dell’inclusione riconoscendo tale diritto anche ad alunni con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) o con bisogni educativi specifici (BES).
Tutto bene quindi? Per dare una risposta a questa domanda occorre chiederci come il sacrosanto principio dell’inclusione viene effettivamente gestito nella pratica.
Una risposta a tale domanda può essere trovata nell’analisi dei dati raccolti dall’ISTAT dai cui risultati emerge una situazione con diverse criticità.
Il primo dato che salta agli occhi riguarda il costante aumento degli alunni certificati nel corso degli ultimi anni con un’esplosione delle cattedre di sostegno al punto che nel 2023/24 il numero di alunni disabili con diritto all’insegnante di sostegno ha raggiunto le 359 mila unità con un trend in forte crescita.
A questi si devono aggiungere tutti gli alunni DSA o BES (688 mila) che necessitano di didattiche personalizzate arrivando quindi a più di 1 milione di alunni corrispondenti al 13,1% di ragazzi che hanno diritto per legge al principio di inclusione (1 alunno su 8 circa).
Dai dati ISTAT emergono grosse difficoltà nell’applicazione pratica del modello teorico tanto rinomato a livello mondiale; innanzi tutto risulta che 1 docente su 3 che lavora su posto di sostegno è privo della specializzazione richiesta, che più del 10% di cattedre risultano non ancora assegnate dopo 1 mese dall’inizio della scuola, che circa il 60% degli alunni cambia insegnante da 1 anno all’altro e circa il 10% lo cambia- in alcuni casi più volte- insegnante in corso d’anno.
Dai dati ISTAT emerge anche una sensibile riduzione delle ore assegnate per alunno dovuta certamente per ridurre i costi legati ad un aumento vertiginoso del numero di alunni disabili cui non corrisponde un adeguato aumento di risorse economiche.
È evidente quindi che il sistema non funzioni alla perfezione. L’applicazione corretta e completa del principio di inclusione richiederebbe un sistema di formazione dei docenti qualitativamente valido e un sistema di reclutamento in grado di far fronte alle richieste sempre crescenti di queste figure professionali.
Se guardiamo invece l’evolversi delle procedure richieste per conseguire la specializzazione vediamo come si sia passati dai corsi biennali in presenza dei primi anni 2000 agli attuali corsi INDIRE fatti a distanza e in 3 soli mesi senza parlare poi del fenomeno dei titoli esteri.
Altro aspetto negativo della pratica rispetto alla teoria riguarda la continuità che finché la metà dei posti risulta far parte del così detto organico in deroga (deroga ripetuta di anno in anno) non potrà mai realizzarsi completamente men che meno con la nuova norma sulla continuità a richiesta da parte delle famiglie.
L’inclusione è un’ottima cosa, però la sua applicazione pratica richiede investimenti e programmazione costante, senza queste, siamo come chi supera l’esame di teoria per la patente ma non riesce mai a superare l’esame di guida.
Antonio Antonazzo
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