Fine ed inizio anno scolastico sono i momenti in cui l’autonomia scolastica fa emergere tutti i suoi aspetti più deleteri. Come sempre, dal nulla fioriscono circolari fantasiose in merito agli impegni degli insegnanti durante il periodo di sospensione delle lezioni.
È bene chiarire che gli impegni degli insegnanti sono ben definiti dal contratto e sono: le lezioni frontali, 18, 22+2 o 25 ore a seconda dell’ordine di scuola, e le attività funzionali, ossia fino a 40 ore di consiglio e fino a 40 ore di collegio.
Le attività funzionali devono essere stabilite nel piano annuale delle attività, approvato ad inizio anno scolastico, che calendarizza tutti gli impegni. Invece, vengono spesso emanate circolari che pretendono, al termine delle lezioni ma anche nei primi giorni di settembre, un obbligo di presenza e firma degli insegnanti oppure, soprattutto nella scuola dell’infanzia e primaria, addirittura si richiede di riordinare gli ambienti.
Niente di tutto questo: la presenza dei docenti non è obbligatoria dopo il termine delle lezioni, a meno che non ci siano impegni programmati e approvati dal collegio docenti.
Altro caso emblematico sono i mille dubbi che nascono in merito alla presa di servizio il primo settembre, che è obbligatoria solo per chi ha l’incarico annuale, per chi è stato trasferito o per chi è immesso in ruolo. Tutti gli altri docenti non sono obbligati a prendere servizio il primo settembre, tranne nel caso in cui siano stati calendarizzati impegni che, comunque, devono necessariamente ricadere o nelle 40 ore di consiglio o nelle 40 ore di collegio.
Queste, che sembrerebbero solo violazioni contrattuali, anche gravi, in realtà nascondono aspetti politici e criticità non secondari che il mondo della scuola vive.
Sembrerebbe evidente, a chi non conosce il clima che si respira nelle scuole, che ci sia una scarsa consapevolezza da parte dei docenti dei propri diritti. La realtà è ben diversa: questi, in molti casi, sono ben noti, ma si cade nella trappola secondo cui per la scuola tutto è dovuto e sarebbe necessario “regalare” ore della propria vita personale per il bene supremo degli studenti.
Il lavoro del docente viene spesso scambiato per una missione, aspetto che ha notevolmente contribuito a delegittimare l’importanza della “professione docente”. Missione e non professione!
A tutto questo si sono aggiunti, negli ultimi vent’anni, metodi di reclutamento discutibili, che hanno fatto passare l’idea che chiunque possa essere in grado di insegnare.
Gli insegnanti, delegittimati e spesso pressati tra famiglie e alcune dirigenze scolastiche, per il bene supremo della scuola e per la continua lotta a non diventare perdenti posto, hanno abdicato su più fronti e hanno ceduto a pretese come quelle evidenziate all’inizio di questa riflessione.
Il rischio è quello di arrivare ad un punto di non ritorno che dequalifichi totalmente la figura dei docenti, trascinando verso un declino inesorabile la scuola pubblica statale.
Nonostante questo, nonostante i bassi stipendi, la burocrazia, il precariato e le norme contrattuali calpestate, la scuola e i docenti continuano a resistere. Su questo, però, bisogna avviare una profonda riflessione e iniziare a pensare che il ruolo del sindacato, soprattutto come il nostro, che è anche associazione professionale, può e deve essere fondamentale per ridare prestigio sociale alla professione docente.
Il sindacato deve riprendere a formare ed informare, deve fare meno demagogia ed essere più vicino alla realtà quotidiana della scuola. In tutto questo, certamente, avrà spazio la nostra proposta di sempre, la vera arma che potrà arginare gli abusi: il contratto separato della docenza.
Vito Carlo Castellana
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