Nel convegno del 18 febbraio dedicato al riordino degli istituti tecnici, il tema della demografia ha attraversato il dibattito come un filo rosso. Se l’intervento iniziale del rappresentante ministeriale ha presentato il decreto “alla firma”, è stato Andrea Bairati, direttore generale di AIRI (Associazione Italiana per la Ricerca Industriale), a spostare il baricentro del confronto: prima ancora di discutere di quadri orari e articolazioni, bisogna guardare alla base demografica su cui la scuola tecnica poggia.
La sua premessa è stata esplicita: “Io potrei fermarmi anche qua”, mostrando le curve della popolazione. Perché senza giovani, nessuna riforma regge.
L’Italia in “autunno demografico”
Dai dati illustrati nelle slide AIRI (allegato “Bergamo 18 febbraio”), emerge un quadro chiaro.
Popolazione con 15 anni o meno
- Italia: 12,6%
- Francia: 16%
- Stati Uniti: 17,9%
La quota italiana è tra le più basse nei Paesi industrializzati. Significa che la base della futura popolazione studentesca è già oggi più stretta rispetto ai competitor.
La forza lavoro potenziale: -15% entro il 2060
Le proiezioni AIRI sulla popolazione in età lavorativa (25-64 anni), con base 2020=100, indicano:
- Italia: 85 nel 2060
- Francia: 96
- Stati Uniti: 107
Tradotto: l’Italia perderebbe circa il 15% della forza lavoro potenziale, mentre altri Paesi manterrebbero o aumenterebbero la loro dotazione demografica.
Durante il convegno, Bairati ha parlato di una riduzione tra il 25 e il 30% entro il 2050 rispetto ai livelli attuali, evidenziando un processo già in atto e difficilmente reversibile nel breve periodo.
Perché questo cambia la scuola tecnica
La scuola tecnica è la più direttamente esposta agli effetti demografici per almeno tre ragioni.
1. Meno studenti disponibili
Con una coorte più ridotta di quindicenni:
- aumenta la competizione tra indirizzi;
- cresce il peso dell’orientamento;
- ogni scelta sbagliata costa di più in termini di dispersione.
Non è un caso che nel dibattito sia stato ricordato che oltre il 50% degli studenti sceglie oggi un liceo. Con meno giovani complessivi, l’istruzione tecnica deve competere in uno spazio più ristretto.
2. Più domanda industriale, meno offerta formativa
Il paradosso evidenziato da Bairati è questo: mentre il numero di giovani cala, la domanda di competenze tecniche cresce.
Nel materiale AIRI si legge che le dieci principali catene del valore analizzate:
- coinvolgono circa 600-650 mila imprese;
- rappresentano il 60% della spesa privata in ricerca e sviluppo;
- concentrano circa il 50% degli addetti alla R&S;
- generano oltre un terzo del valore industriale nazionale.
In un contesto del genere, il disallineamento tra scuola e industria non è solo un problema educativo: diventa un problema di competitività nazionale.
3. L’effetto “astracico”: prenderai quello che c’è
Bairati ha usato un’espressione efficace: “Andrai a caccia di tutto quello che c’è. Astracico, ma con quattro vongole sul fondo del mare”.
In altre parole:
- le imprese non potranno più permettersi di selezionare solo profili “perfetti”;
- la scarsità di giovani renderà necessario valorizzare ogni competenza disponibile;
- aumenterà l’automazione come risposta strutturale.
Automazione e AI come risposta demografica
Il calo della forza lavoro è uno dei motori dell’intelligenza artificiale e della robotizzazione.
Le misure di mitigazione indicate nelle slide AIRI sono tre:
- aumento del tasso di occupazione;
- allungamento della vita lavorativa;
- automazione e uso intensivo dell’AI;
- gestione dei flussi migratori.
Non si tratta di scenari ipotetici, ma di linee strategiche già operative nelle imprese.
Qui la scuola tecnica torna centrale: è il luogo dove si formano i tecnici che dovranno progettare, gestire e adattare queste tecnologie.
Il rischio di una lettura superficiale
Nel dibattito è intervenuto anche il professor Vincenzo Vespri, collegato da Singapore, sottolineando come l’AI stia modificando la struttura del lavoro:
- riduzione delle posizioni junior;
- trasformazione della piramide occupazionale;
- rischio di blocco dell’ascensore sociale.
La demografia incrocia quindi due fattori:
- meno giovani;
- meno lavori di ingresso.
La scuola tecnica deve preparare non solo a un mestiere, ma a una traiettoria professionale più instabile.
Una scuola più responsabile perché più rara
Il professor Arduino Salatin ha colto un punto decisivo: la riduzione demografica aumenta il peso specifico di ogni studente.
Con meno giovani:
- la dispersione diventa più grave;
- la qualità formativa diventa più strategica;
- l’orientamento deve essere più consapevole.
In un sistema dove la popolazione under 15 è al 12,6%, ogni diplomato tecnico diventa una risorsa strutturale del Paese.
La competizione globale: non è solo un problema italiano
Le slide AIRI mostrano che il fenomeno non è solo europeo:
- la Cina affronta una rapida discesa demografica;
- l’Africa sarà il continente con la crescita maggiore di popolazione in età lavorativa;
- gli Stati Uniti compensano con flussi migratori.
Nel 2050, la somma del peso economico di Stati Uniti ed Europa sarà significativamente inferiore rispetto alla quota combinata di Cina e “resto del mondo emergente”.
La demografia non è una variabile neutra: sposta i baricentri economici e tecnologici.
La conseguenza politica: l’istruzione tecnica non è un segmento marginale
Nel quadro delineato al convegno, l’istruzione tecnica non è solo un’opzione educativa tra le altre.
È:
- uno strumento di politica industriale;
- un presidio contro il declino competitivo;
- un moltiplicatore di valore in un sistema a risorse demografiche decrescenti.
Il riordino che entrerà in vigore dal 2026 va letto dentro questo scenario. Non si tratta, quindi, soltanto di rivedere orari e articolazioni, ma di ridefinire il ruolo dell’istruzione tecnica in un Paese che ha meno giovani, meno forza lavoro e più bisogno di competenze.





