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GLI ESPERTI RISPONDONO

Zangrillo: «Non è corretto mettere un tetto agli stipendi dei manager della pubblica amministrazione»

Il ministro per la Pubblica amministrazione: «È stato introdotto per un’emergenza. Ora dobbiamo avvicinarci alla logica di mercato». Il decreto con il tetto a 240 mila euro risale a 12 anni fa (governo Renzi)

La fine di un’epoca contrassegnata dal tetto agli stipendi per chi lavora nella pubblica amministrazione. A ormai dodici anni di distanza dal decreto, varato dal governo Renzi, con l’introduzione del limite di 240 mila euro, i tempi potrebbero essere maturi per la rimozione della soglia alle retribuzioni dei dipendenti pubblici. A dirlo è il ministro per la Pubblica amministrazionePaolo Zangrillo. «La definizione di un tetto per le retribuzione dei dipendenti pubblici non è corretta» spiega in un’intervista a Skytg24, «penso che la pubblica amministrazione si debba attrezzare per riconoscere anche dal punto di vista salariale le responsabilità che vengono ricoperte dalle persone, quindi in linea generale la definizione di un tetto non è corretta».

L’attuale tetto a 255 mila euro

Il ministro aggiunge la sua motivazione e dice: «Quando fu inserito il tetto con il governo Renzi era perché c’era un’emergenza alla quale fare fronte. Ma l’emergenza non può durare per tredici o quattordici anni. Dobbiamo lavorare in prospettiva sulle dinamiche salariali dei nostri dipendenti per essere il più vicini possibile alle logiche di mercato». Che il tema sia delicato e politicamente insidioso lo segnalano le stesse parole di Zangrillo. «Non abbiamo assunto una decisione definitiva. Ora il tetto è a 255 mila euro, ma in prospettiva dobbiamo pensare a dinamiche per i nostri dirigenti che facciano si che si sentano motivati e correttamente retribuiti per quello che fanno». Nei mesi scorsi una novità in materia di retribuzioni pubbliche è stata la sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il tetto fisso di 240 mila euro, introdotto nel 2014 come misura emergenziale, ritenendolo non più legittimo poiché diventato strutturale e «lesivo» dell’indipendenza della magistratura e del diritto a una giusta retribuzione.

di Andrea Ducci

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