Tra i molteplici fattori che contribuiscono ad ampliare il gap tra le varie regioni d’Italia vi è senz’altro quello del divario di apprendimento tra gli studenti, che rappresenta una spina nel fianco e una criticità strutturale da oltre vent’anni. Le differenze nei risultati scolastici, in particolare in matematica, risultano marcate non solo tra macroaree geografiche, ma anche tra le scuole e all’interno delle classi, come mostra una ricerca condotta dalle Fondazioni Agnelli e Rocca basata su dati Invalsi e Ocse-Pisa riferiti all’anno scolastico 2022-23.
Un ritardo equivalente a oltre due anni di scuola
Nel confronto tra Nord-Est e Sud e Isole si registra una distanza di 24 punti nei punteggi medi Invalsi di matematica. I dati Invalsi 2022-23 mostrano che gli studenti del Nord Est ottengono punteggi medi in matematica superiori del 13% rispetto a quelli del Sud e delle Isole (207 contro 183 punti). Anche in italiano, il vantaggio è del 10,8% (206 contro 186 punti). Questa differenza equivale, in termini di apprendimento, a più di due anni scolastici. Tra le regioni con le performance più alte in matematica primeggiano PA Trento (225 punti), Veneto (210) e Lombardia (208) mentre la Sicilia si colloca all’ultimo posto con 181 punti . In italiano, la distanza tra PA Trento (215 punti) e le regioni meridionali (186 punti) è pari al 15,6%.
Una questione che inizia presto e si aggrava nel tempo
I divari sono già presenti nella scuola primaria, ma assumono maggiore rilevanza nella secondaria di I grado e si amplificano nella secondaria di II grado, dove la divisione in indirizzi contribuisce ad una crescente frammentazione dell’esperienza educativa. Le percentuali di studenti che non raggiungono il livello minimo di competenze (livelli 1 e 2) sono più elevate in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna. In queste regioni, oltre il 60% degli studenti si colloca al di sotto della soglia considerata sufficiente da Invalsi per italiano e matematica. Considerando che la media nazionale è attorno al 45%, ne consegue una concentrazione del disagio scolastico in alcune aree specifiche del Paese.
Oltre i confini geografici: fattori scolastici e sociali
L’approfondimento ha fatto ricorso ad un’analisi multilivello, che ha considerato quattro dimensioni:
- studente (genere, origine, retroterra socioeconomico);
- classe (composizione per origine e ritardo scolastico);
- scuola (indirizzo di studio e livello medio di preparazione);
- regione (indice di sviluppo culturale ed economico regionale).
Dall’indagine condotta dalle due Fondazioni è emerso che il 52% della varianza nei punteggi in matematica sia attribuibile alle caratteristiche individuali, ma un significativo 23% dipende dalle scuole, e un ulteriore 19% dalle classi. Solo il 7% si lega al contesto territoriale. L’indagine mostra anche che, a parità di contesto, gli studenti dei licei scientifici ottengono risultati sensibilmente superiori rispetto a quelli degli istituti tecnici e soprattutto professionali. Nei professionali, il distacco può superare i 30 punti Invalsi, equivalenti a oltre tre anni scolastici.
Le azioni che fanno la differenza
Cinque scuole, selezionate in diverse regioni (Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Puglia), hanno mostrato risultati significativamente superiori rispetto al contesto di partenza. L’analisi qualitativa ha evidenziato alcune strategie comuni:
- modelli organizzativi cooperativi e leadership condivisa;
- gestione proattiva delle risorse, con progetti scolastici arricchiti da attività aggiuntive;
- centralità delle competenze di base nella progettazione didattica;
- attività extracurricolari orientate all’inclusione e al potenziamento delle competenze.
Rafforzare l’orientamento e personalizzare i progetti
Alcuni risultati dell’indagine suggeriscono, tuttavia, la necessità di allargare lo sguardo e di non soffermarsi solo sulla dimensione ‘territoriale’ dei divari di apprendimento al fine di individuare una soluzione che riduca il gap tra le regioni del Paese. Tra le leve di intervento per contrastare il fenomeno vi è la necessità di rafforzare l’orientamento già nella scuola media, per guidare in modo più consapevole la scelta dell’indirizzo superiore. In parallelo, si suggerisce di introdurre un biennio iniziale comune, centrato su competenze di base trasversali a tutti i percorsi scolastici.
Accanto agli interventi sistemici, emerge il ruolo delle scuole nel modulare le disuguaglianze, anche in contesti complessi. Alcune esperienze mostrano che modelli organizzativi cooperativi, una gestione unitaria degli istituti e un rapporto costante con le famiglie possono favorire migliori risultati. Le scuole che riescono a personalizzare i progetti e le risorse, integrando i finanziamenti pubblici con iniziative proprie, dimostrano una maggiore efficacia educativa. Anche le attività extracurricolari possono risultare efficaci se coordinate con realtà del territorio e orientate a sostenere gli studenti più in difficoltà.
Middle management e autonomia accompagnata
Nelle conclusioni, l’indagine fornisce due possibili azioni per colmare i gap di apprendimento a livello nazionale. Da un lato, suggerisce la creazione di un middle management, cioè figure intermedie di leadership all’interno delle scuole, collocate a metà tra il dirigente scolastico e il corpo docente. Queste figure – oggi spesso assenti o con ruolo informale – avrebbero responsabilità operative ben definite, ad esempio nella gestione dei progetti, nel coordinamento dei dipartimenti, nella promozione di pratiche didattiche condivise. In secondo luogo, il testo propone di adottare una forma di “autonomia accompagnata”, modulata in base al livello di maturazione organizzative e innovativa degli istituti. La logica dietro questa autonomia modulata è che non tutti gli istituti scolastici sarebbero in grado di gestirla, con il rischio che questo si traduca in un’ulteriore amplificazione del divario con le altre scuole.





