Dopo la dichiarazione d’illegittimità del tetto di 240 mila euro annui (255 mila con l’inflazione) la soglia potrebbe salire a 360 mila euro L’adeguamento dipende da un decreto del governo, ma qualcuno si è già mosso. I casi dal Cnel all’Inps, dall’Antitrust alla Consob
Sono passati più di sei mesi dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il tetto fisso di 240 mila euro agli stipendi della Pubblica amministrazione, introdotto nel 2014 dal governo Renzi e poi portato a 255 mila, adeguandolo all’inflazione. La pronuncia ha avuto l’effetto, non retroattivo, di riportare in vigore il tetto preesistente, quello «mobile» del 2011, parametrato allo stipendio del primo presidente di Cassazione (311.658,53 euro). Soglia che, con i nuovi allineamenti al carovita, potrebbe salire a 360 mila euro.
Il condizionale è d’obbligo perché il ministro della Funzione pubblica, Paolo Zangrillo, si è affrettato a precisare che l’adeguamento al nuovo tetto non sarà automatico ma subordinato a un decreto della presidenza del Consiglio. Dunque, come e a chi dovrà essere applicato è da capire.
La corsa
Questo non vuole dire che, da luglio a questa parte, la sentenza non abbia cominciato a produrre alcuni effetti.
La ragione è semplice: alcuni dei soggetti interessati, dotati di potere di autodeterminazione, hanno considerato in vigore il nuovo tetto a partire dalla data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della pronuncia, procedendo all’adeguamento previsto.
I primi a farlo sono stati proprio quei giudici costituzionali cui si deve la sentenza, emessa su ricorso di un consigliere di Stato. I quali, avendo diritto a una retribuzione pari a quella del magistrato «investito delle più alte funzioni, aumentato della metà», hanno fissato il nuovo tetto a 466 mila euro. E al nuovo tetto si sono parametrate anche alcune Authority, che per la loro indipendenza non sono sottoposte al decreto, ma devono tenere conto soltanto delle risorse disponibili. Sarebbe così per l’Antitrust, guidata da Roberto Rustichelli, per l’Autorità per le Comunicazioni, presieduta da Giacomo Lasorella e per la Consob, guidata da Paolo Savona (in scadenza a marzo).
C’è poi chi, potendolo fare, dopo la sentenza, aveva deliberato l’aumento del proprio stipendio, ma ha dovuto fare un passo indietro. Clamoroso il caso dei vertici Inps, del presidente del Cnel, Renato Brunetta e dell’Autorità per l’Energia.
La platea
Nel tentativo di frenare gli entusiasmi, il ministro ha lasciato intendere che, quando il decreto sarà pronto, gli adeguamenti riguarderanno soltanto una dozzina di figure apicali. Che, secondo un’interpretazione non autentica, potrebbero corrispondere ai capi di Stato maggiore di Esercito, Aeronautica e Marina, ai capi di Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, Vigili del fuoco e Penitenziaria, e ai vertici di Consiglio supremo della Difesa, Consiglio di Stato, Corte dei conti, Cassazione, Csm e giustizia tributaria, oltre al Ragioniere generale dello Stato.
Ma è davvero così? L’universo della pubblica amministrazione è molto vario. Vige una prima grande ripartizione tra dirigenza contrattualizzata e in regime pubblicistico. Per quest’ultima la retribuzione segue, di base, alcuni automatismi (scatti di anzianità e di carriera) e un percorso paranegoziale per la parte variabile, diversa per le varie categorie. Che sono tante: magistrati, avvocati e procuratori dello Stato, personale militare e delle forze di polizia di Stato, diplomatici e prefetti, dipendenti della Banca d’Italia e delle Autorità indipendenti, del corpo nazionale dei vigili del fuoco e della polizia penitenziaria, professori e ricercatori universitari.
Vecchi stipendi e attese di recupero
Per quei dirigenti (che non si sa quanti siano) di queste categorie che hanno uno stipendio al limite del vecchio tetto esiste un’aspettativa di adeguamento al nuovo. In molti casi si tratta di dirigenti che per scatti di anzianità o di carriera hanno sforato il vecchio tetto e che adesso si attendono che quegli aumenti perduti vengano recuperati per il futuro.
È così anche per la categoria dei dirigenti della partecipate pubbliche non quotate contrattualizzati, come la Rai, dove l’ad prende 240 mila euro al pari del suo sottoposto direttore del TgUno. A volere recuperare gli scatti qui sarebbero una trentina. E non è detto che non procedano tramite causa in caso di diniego.
Fisso e variabile
Esiste poi la più ampia categoria dei dirigenti della Pa la cui retribuzione è definita dalla contrattazione. Per costoro il problema si pone per la parte di retribuzione variabile finora sacrificata al tetto. «Ci sono dirigenti che si assumono enormi responsabilità — spiega Barbara Casagrande, segretario generale del sindacato dei dirigenti Unadis — la cui paga non è potuta crescere, con un appiattimento verso il basso scoraggiante». Il sindacato denuncia la norma in base alla quale la parte della retribuzione relativa a incarichi presso altre amministrazioni, che superi il tetto, finisce in un Fondo ridistribuito tra tutti i dipendenti.
«Non c’è merito — dice Casagrande —: questa parte della retribuzione va liberata dal tetto. Peraltro negarlo non comporta risparmi per la Pa».
Tornando al punto, quanti sono i dirigenti contrattualizzati che potrebbero aspirare a un adeguamento al nuovo tetto? I dirigenti di prima fascia che prendono gli stipendi vicini ai 255 mila euro si trovano prevalentemente nelle funzioni centrali dello Stato, in ordine di paga, presso presidenza del Consiglio, agenzie fiscali, enti pubblici non economici (Inps, Inail, ecc.) e vari ministeri. A spanne, se è vero che questi dirigenti di prima fascia sono circa 400-500, e un 10% di loro sono apicali, gli adeguamenti riguarderebbero 40-50 dirigenti contrattualizzati
di Antonella Baccaro





