Al Forum Euromediterraneo dell’Economia, in corso a Napoli, il ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo è intervenuto in videocollegamento per illustrare la propria visione sulla riforma del pubblico impiego.
Al centro del suo ragionamento, il concetto di merito come strumento di mobilità sociale e di rigenerazione dell’apparato statale. “Il merito è l’unico ascensore sociale nel mondo di oggi, il nostro paese deve fare in fretta a comprenderlo”, ha dichiarato il ministro.
Zangrillo ha collegato la questione del merito alla necessità di valorizzare i talenti presenti nell’amministrazione pubblica. “Se non lo affrontiamo, consapevoli che dobbiamo sollecitare i talenti, le virtù delle nostre persone, sarà preoccupante il nostro futuro”, ha aggiunto. La posizione del ministro si inscrive nel percorso legislativo avviato con il ddl Zangrillo, approvato dalla Camera dei deputati a inizio 2026, che introduce meccanismi di valutazione della performance come criterio primario per le carriere dirigenziali nel settore pubblico.
Il ddl e la promozione per merito nella dirigenza
Il disegno di legge che porta il nome del ministro modifica in modo sostanziale le regole di avanzamento di carriera all’interno della pubblica amministrazione. La normativa consente ai dirigenti di proporre i propri collaboratori per promozioni a ruoli dirigenziali, basandosi su valutazioni oggettive dei risultati conseguiti. La logica sottostante segna una discontinuità rispetto al modello tradizionale fondato quasi esclusivamente sul superamento di concorsi pubblici.
Zangrillo ha chiarito la propria posizione con nettezza davanti al Forum napoletano. “Oggi nella PA per far carriera bisogna studiare e superare gli esami”, ha osservato il ministro, per poi precisare: “Non è necessario solo sapere, ma saper fare; diventa sapere pubblico quando è messo a disposizione degli altri. Mi interessa poco che ci sono colleghi che sappiano passare i concorsi, mi interessa che chi ha responsabilità di realizzare risultati sia capace di farlo, questo voglio misurare”. La distinzione tra conoscenza teorica e capacità operativa rappresenta il nucleo concettuale attorno al quale ruota l’intera architettura della riforma.
La resistenza al cambiamento e la sfida generazionale
Il ministro ha affrontato anche il tema della resistenza interna all’innovazione nella pubblica amministrazione, riconoscendo apertamente la complessità del contesto in cui si muove la riforma. “Nella PA non c’è una naturale propensione al cambiamento, ma piuttosto la volontà di ribadire schemi consolidati”, ha denunciato Zangrillo, aggiungendo che “non c’è altra strada che provarci con serietà, determinazione, volontà di combattere i resistenti”.
La prospettiva generazionale ha chiuso l’intervento del ministro con un accento ottimistico. “Le nuove generazioni, quelle sane, vogliono essere misurate per quello che sanno fare: se capiremo questo, potremo fare grandi cose”, ha concluso Zangrillo. L’appello alle nuove generazioni si collega alla visione di una PA attrattiva per i giovani talenti, capace di trattenere le professionalità migliori attraverso percorsi di crescita trasparenti e fondati sulla valutazione delle competenze. La sfida della riforma rimane aperta sul piano politico e contrattuale, con il testo approvato dalla Camera che dovrà completare l’iter parlamentare al Senato.
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