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GLI ESPERTI RISPONDONO

Liste d’attesa, Salutequità: “Piattaforma ancora poco fruibile per i cittadini”

Il presidente Aceti ha scandagliato il nuovo strumento e a Nursind Sanità dice: “Dati parziali, assenza di dettagli regionali e un linguaggio troppo tecnico al momento vanificano l’obiettivo della trasparenza”

Riserve o meglio una posizione d’attesa per qualcosa che ancora non è nato. Sulla nuova piattaforma relativa ai tempi di attesa per le prestazioni sanitarie, Tonino Aceti, presidente Salutequità, in questa intervista a Nursind Sanità, esprime dei dubbi. In primo luogo sull’efficacia e sulla trasparenza che dovrebbe garantire lo strumento, secondo il decreto approvato un anno fa e poi convertito nella legge 107/24. Contrariamente a quanto affermato dal ministro della Salute, Orazio Schillaciche giudica la piattaforma “trasparente”, Aceti ritiene che, per come è stato implementato, ad oggi il sito non sia particolarmente utile per i cittadini e non raggiunga l’obiettivo di ridurre l’asimmetria informativa tra amministrazione e cittadinanza.

 

La piattaforma è un segnale di trasparenza, così come l’ha definita lo stesso ministro Schillaci?
Per come è partita, la piattaforma in realtà rischia di non essere particolarmente utile per i cittadini. Uno strumento come questo, che nasce per garantire trasparenza, realizzato in questo modo, non raggiunge l’obiettivo. Ciò che offre sono numeri che rappresentano la media nazionale: non c’è uno spaccato regionale o aziendale. Ricordo invece che, quando è stata presentata la piattaforma, si disse che il cittadino potesse aspirare a conoscere in tempo reale i tempi di attesa della prestazione. Ecco, siamo ancora molto lontani dal garantire questo tipo di informazione. L’utente oggi accede e vede una parte di numeri assoluti. Non ha la possibilità, se deve svolgere un’ecografia dell’addome, di sapere qual è il tempo d’attesa nella sua Asl o Regione di appartenenza.

Il ministro afferma che ora è possibile vedere le Regioni virtuose e quelle meno.
Forse nel back office, le istituzioni, le Regioni e anche lo stesso Ministero hanno queste informazioni. Ma chi accede come utente no, almeno io non le riesco ancora a vedere. Il tema è capire se è stato scelto di non rendere accessibili e fruibili tutti questi dati. Il portale nasceva per ridurre l’asimmetria informativa tra amministrazione e cittadinanza, ma di fatto la mantiene perché non c’è uno spaccato regionale o aziendale. Dal mio punto di vista, aggiunge poco. È anche poco attrattiva per i cittadini perché il linguaggio è molto tecnico. Si parla di “primo o terzo quartile” o “mediana”, vocaboli non molto noti a tante persone.

Un portale per gli addetti ai lavori, dunque?
Nemmeno. Da quel portale, anche chi conosce bene la sanità non ha tutte le informazioni che vorrebbe. Non avendo accesso ai dati di back office, quello che si vede è molto parziale e non in tempo reale perché i dati sono riferiti ai primi cinque mesi dell’anno.

Una fotografia del passato?
Peraltro poco esaustiva. Faccio un esempio: nella pagina nominata ‘rispetto dei tempi di visita’ per le prestazioni in base al codice di priorità, c’è un minimo, un massimo e una mediana dei tempi di attesa. Non si trova invece il dato che servirebbe per capire se il governo delle liste d’attesa è efficiente, come ad esempio la percentuale di prestazioni erogate entro i tempi massimi per codice di priorità. Andando nello specifico, c’è la somma delle prestazioni, ad esempio svolte con codice U, urgente, da gennaio a maggio, ma non c’è l’indicazione di quante siano state svolte e dove entro il termine prefissato delle 72 ore. Quante sono inoltre le amministrazioni che garantiscono in sei giorni la prestazione e quante entro i tre? Tutte queste informazioni non le ritrovo. Rammento invece che nel decreto sulle linee guida c’è scritto che i cittadini sono i principali destinatari di questo strumento. In particolare, a pagina 11: “Sebbene non direttamente coinvolti nell’implementazione, i cittadini rappresentano i principali beneficiari del progetto”. Così invece sembra che siano gli ultimi. Inoltre non ci sono i tempi d’attesa in intramoenia.

Ma è comunque uno strumento utile?
Così com’è, se non viene modificato, è il contrario di quello che doveva essere. Senza dimenticare i dati sui volumi. Se si va a vedere, sono poche le prestazioni accettate (tutte quelle prestazioni di cui il cittadino accoglie la prima disponibilità offerta) e non ci sono indicati i motivi per cui rifiuta. Per esempio per le visite oculistiche, le accettate sono solo il 35%. La norma sulle liste attesa dice che le amministrazioni, le Asl e le Regioni dovrebbero dare un appuntamento entro i tempi massimi, dentro un ambito di garanzia che rispetti i principi della prossimità e della raggiungibilità. È una specifica scritta nero su bianco nel Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2029-2021 per evitare che il Cup desse disponibilità al cittadino in strutture troppo lontane da casa.

Anche in questo caso, lei dice che ci sono informazioni parziali.
Sono informazioni che non danno la possibilità di ricostruire uno scenario preciso e puntuale di quello che accade, o meglio, ce l’hanno le Regioni o il ministero ma non chi naviga sulla piattaforma. Quello che ad oggi ho letto è veramente ancora troppo poco rispetto alle necessità di trasparenza, accessibilità delle informazioni, accountability delle amministrazioni, per aumentare la fiducia dei cittadini, altro obiettivo della piattaforma. Spero che questo sia il primo canovaccio, un punto di partenza per migliorare molto velocemente la piattaforma.

Di Elisabetta Gramolini

NURSIND SANITA’
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