Il mondo social si sta rivelando come un gran megafono attraverso cui può prendere voce il malcontento che aleggia tra corridoi e sale insegnanti di tutta Italia. In un reel diventato virale, la creator Connie Dentice ha lanciato una serie di interrogativi al Ministero dell’Istruzione che a loro volta hanno scatenato una serie infinita di domande da parte di centinaia di docenti. Tutti i quesiti e i commenti, diretti e privi di filtri, mettono in luce criticità che caratterizzano il sistema scolastico da anni, che sembra andare avanti per compartimenti stagni, senza prendere in considerazione la realtà di chi davvero vive la scuola ogni giorno.
Queste alcune delle domande provocatorie che accendono i riflettori sui paradossi della gestione ministeriale: “Perché continuate a bandire corsi TFA se le graduatorie sono già sature? Perché promuovete ambiziosi piani di digitalizzazione quando nelle scuole manca ancora la carta igienica? Perché un dottorato di ricerca vale meno del servizio civile?”. Questi sono solo alcuni dei quesiti posti dalla Dentice, che evidenziano la grande distanza tra la propaganda dell’innovazione ministeriale e la precarietà (e spesso malfunzionamento) del sistema.
La trappola della formazione continua (a pagamento)
Lo spazio dedicato ai commenti è diventato come un vero e proprio angolo di sfogo di anni di frustrazione. Il tema più caldo è quello della formazione infinita e costosa.
“Ho preso i 24 CFU nonostante avessi già la laurea magistrale, ora scopro che non servono a nulla perché ne servono 60. Magari tra dieci anni ne serviranno 100 e noi, come pecore, continuiamo a spendere soldi inutili,” scrive con amarezza una docente.
Quello che destabilizza – e spaventa – è la prospettiva di entrare in ruolo a 50 anni, consapevoli di ricevere in futuro una pensione minima e dopo aver già speso migliaia di euro in abilitazioni ritenute spesso “inutili”. Tutto questo spinge molti a rimpiangere scelte di vita diverse: “Se avessi fatto il corso di parrucchiera, ora sarei realizzata in un salone tutto mio e forse guadagnerei di più”.
L’umiliazione del merito e della precarietà
Una docente denuncia una situazione che ha del paradosso: “Perché ho superato due concorsi, insegno da sei anni e devo comunque fare un’abilitazione inutile da 2000 euro per poter finalmente passare al ruolo?”. Dai commenti scaturiti emerge l’immagine di un sistema che non “ha fiducia” dei propri professori, e li obbliga a percorsi abilitanti spesso ridondanti che però sembrano ideati più con lo scopo di fare cassa che di formare (gente in realtà che ha una formazione, dovuta anche all’esperienza).
Arrivano poi i commenti dei supplenti brevi, che puntualmente devono fare i conti più di tutti con l’aspetto economico: pagamenti che arrivano con mesi di ritardo (in media ogni due) e meno tutele rispetto ai colleghi con incarichi annuali, anche quando la supplenza, di proroga in proroga, arriva fino alla fine dell’anno scolastico.
Insegnare per amore, non per obbedienza
In questo quadro desolante, fa luce una piccola fiammella. Alla domanda provocatoria di un utente anonimo sul perché, nonostante tutte le criticità segnalate, si insisti a voler fare gli insegnanti, la risposta di una docente riassume il sentimento di tutta la categoria: “Perché amo il mio lavoro e amo stare a contatto con i ragazzi. Ciò non significa che debba accettare tutte le direttive del Ministero restando in silenzio“.
Da anni ormai sembra che il Ministero faccia leva sulla passione e sulla vocazione degli insegnanti per reggere un sistema che, strutturalmente, per tanti aspetti è il primo a non rispettarli. Ma il silenzio sembra essersi rotto: la passione e la buona volontà non sono più sufficienti a tenere in piedi il tutto.





