“A livello europeo i documenti testimoniano l’esplosione del bullismo e della violenza giovanile, soprattutto a partire dal secondo decennio del 2000. Ho letto che sarebbero aumentati gli episodi del 500% negli ultimi 15 anni”.
Lo ha dichiarato il ministro Giuseppe Valditara alla Sala “Aldo Moro” del Ministero dell’Istruzione e del Merito, in occasione dell’evento “La scuola ferma i bulli. Esempi di buone pratiche educative”. L’iniziativa ha selezionato 21 progetti su 450 pervenuti, con l’obiettivo di condividere modelli positivi nati all’interno degli istituti.
Di fronte a una platea di studenti e docenti, il titolare del dicastero ha scelto di abbandonare il discorso preparato dai suoi uffici – “quattro pagine tutto incentrato su quello che ha fatto il Ministero” – per parlare a ruota libera.
Valditara ha subito legato il fenomeno all’influenza negativa dei social network, ricordando di aver auspicato “un’approvazione rapida di norme che vietino l’utilizzo dei social, l’accesso al web dei giovani, giovanissimi” dopo quanto accaduto in provincia di Bergamo con l’accoltellamento della docente Chiara Mocchi da parte di un alunno 13enne.
Secondo il ministro, il bullismo “c’è sempre stato, ma oggi l’iperesposizione delle pratiche violente sul web provoca un’esplosione”. Il nodo centrale è l’anonimato: “Con un falso nome posso bullizzare il mio vicino di casa a piacimento. Prima non avevo il coraggio di insultarlo in faccia. Dietro c’è della vigliaccheria, della viltà”.
Da Auschwitz all’empatia: il ministro rilegge la violenza come fallimento dell’identificazione
Valditara ha portato un esempio personale per spiegare la radice psicologica del bullismo. “Quando andai nel campo di sterminio di Auschwitz, mi chiesi: questi giovani carnefici, quando guardavano quei bambini, non vedevano in loro un fratello? Non riuscivano a vedere negli occhi di quel bimbo gli occhi del proprio figlio”.
Da questa riflessione il ministro ha tratto la necessità di recuperare “la capacità di immedesimarsi nella vittima”, una dote che il bullo non possiede.
Ha ricordato il caso di Teresa Manes, la mamma di Andrea Spezzacatena, il ragazzo tormentato per i pantaloni scoloriti dal bucato – come esempio di una tragedia nata dall’incapacità di sentire il dolore altrui. “Ho voluto fortemente l’educazione alla empatia”, ha affermato Valditara, precisando che “l’educazione affettiva non è nient’altro che l’educazione all’empatia, al sentire l’altro, al soffrire con l’altro, al gioire con l’altro”.
Il cambiamento, secondo il ministro, inizia da questa capacità nuova che spesso “abbiamo perso”, e si accompagna all’ascolto: “Una cosa che dovremmo fare tutti, anche noi politici”.
“Basta stare in silenzio”: l’appello contro l’odio e per la cultura della regola
Il terzo fronte del discorso di Valditara ha riguardato il silenzio collettivo di fronte alle prevaricazioni. “Quando ero giovane e qualcuno mancava di rispetto a una persona anziana, la collettività reagiva. Oggi tutti guardano dall’altra parte”.
Il ministro ha annunciato di aver premiato un ragazzo di 13 anni che ha difeso la sua professoressa, “che non si è voltato dall’altra parte”. L’odio, ha proseguito, è diventato “la cifra di riferimento” della società. “Non c’è un profilo social che non venga travolto da qualche commentatore che odia, i cosiddetti haters. L’odio è individuale ma può essere collettivo: odio religioso, politico, razziale”.
La risposta, per Valditara, passa attraverso “la cultura della regola” e il ripristino di “confini al nostro io”. “Basta immaginare che le regole siano a mio piacimento”, ha concluso, rivolgendosi in particolare agli adulti: “Noi vi abbiamo insegnato a stare in silenzio, a voltarvi dall’altra parte. Dobbiamo cambiare passo”.
“Il nostro io non è divino”: il senso del limite e la libertà come riscatto
Valditara ha insistito sulla necessità di tornare a porre confini all’io individuale. “Dobbiamo ritornare a mettere dei confini al nostro io. Il nostro io non è qualcosa di divino. Lo vediamo anche in questi giorni. Il nostro io è umano e quindi deve avere dei confini, dei limiti. Dobbiamo ripristinare il senso del limite”.
Secondo il ministro, la cultura del rispetto passa proprio da questa consapevolezza: “Perché io devo rispettare l’altro se penso di essere un semidio, se penso che ogni cosa mi sia concessa?”. Ha quindi richiamato il valore dell’amicizia, dell’amore e dell’empatia, notando con favore che il tema del rispetto sia stato scelto dagli studenti all’esame di Stato dello scorso anno con “una percentuale altissima”.
Infine, un messaggio diretto alle vittime del bullismo: “Non dimenticatevi mai che voi valete tanto, che voi siete migliori rispetto al bullo, che voi siete più forti rispetto al bullo, perché il bullo è un vigliacco. Rialzatevi sempre, perché questa è la vostra vittoria. La scuola vi deve insegnare ad essere uomini e donne liberi. La libertà è qualcosa di prezioso, difendetela sempre”.





