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anno II numero 1 - gennaio / febbraio / marzo 2019

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29 settembre 2020

GLI ESPERTI RISPONDONO

IL PUBBLICO IMPIEGO TRA LAVORO AGILE E RINNOVI CONTRATTUALI

Intervista a Marco Carlomagno, segretario generale della FLP – Federazione Lavoratori Pubblici e Funzioni Pubbliche.

A cura di Mara Passafiume.

Nella fase emergenziale vissuta nei mesi scorsi a causa del coronavirus, le pubbliche amministrazioni hanno dovuto rapidamente rivedere e modificare le modalità di lavoro. Dopo questa prima fase, occorre adesso ridiscutere gli assetti esistenti e i paradigmi del lavoro nel pubblico impiego, per ridisegnare i modelli organizzativi e riorganizzare i servizi in maniera sempre più rispondente ai bisogni dei cittadini.
Ne parliamo con Marco Carlomagno, leader della Federazione Lavoratori Pubblici e Funzioni Pubbliche.

Segretario, il coronavirus ha praticamente costretto la PA a tirare fuori dal cassetto la Legge 81/2017 sul lavoro agile. Cosa ha rappresentato questo cambiamento per i lavoratori?
L’emergenza sanitaria e il conseguente lockdown, con la modifica normativa emergenziale del lavoro agile come modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa, ha portato la stragrande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici a lavorare da casa. Pur con modalità che poco hanno a che vedere con il vero lavoro agile, questo lavoro da remoto ha comunque permesso di raggiungere più obiettivi: tutelare la salute dei lavoratori e dei cittadini, permettere comunque l’erogazione di servizi e prestazioni da parte delle PA e infine scoprire che, seppure con mezzi propri e spesso con dotazioni informatiche delle amministrazioni non sempre adeguate, questa modalità di lavoro permette una maggiore conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, migliora l’ambiente e ha un impatto importante sulla mobilità e la vivibilità delle nostre città, aumenta la produttività, perché recupera i tempi morti degli spostamenti casa-lavoro, e infine è utile anche per dare più valore al lavoro, riconoscendo livelli di autonomia e di responsabilità spesso disattesi all’interno dei luoghi di lavoro.

La parola chiave di questo processo di innovazione delle pubbliche amministrazioni sarà “flessibilità”. Secondo lei, in che modo e in quali ambiti del pubblico impiego dovrà essere declinata?
La flessibilità dovrà sicuramente riguardare il regime degli orari di lavoro, che per la particolare tipologia dello smart working non deve ovviamente essere assoggettata alla rigidità e alle modalità di rilevazione tipiche di un’organizzazione del lavoro che è in gran parte ormai superata, ottocentesca.
Flessibilità inoltre anche dei modelli organizzativi, che debbono adattarsi ai mutamenti di scenario, ed essere in grado di rispondere in modo tempestivo ed efficace ai nuovi bisogni dei cittadini e delle imprese. Bisogna superare il modello organizzativo che definirei “statico” delle nostre pubbliche amministrazioni, basato su modelli non solo ipergerarchizzati, ma anche definiti con strumenti quali ad esempio i DPCM o i DM, sottoposti per loro stessa natura a defatiganti passaggi istituzionali.
Una deregolamentazione in questo campo, a mio parere, è assolutamente necessaria.

Sul tavolo di confronto avviato dal ministro Dadone con le organizzazioni sindacali, sono molte le problematiche da analizzare per far decollare nella maniera giusta il lavoro agile. Da dove iniziare?
Sicuramente gli aspetti sono diversi.
Innanzitutto, senza mai perdere di vista la situazione contingente che a livello epidemiologico è ancora preoccupante e quindi necessita ancora di una fase emergenziale del lavoro agile, vanno meglio declinate le nuove fonti normative che, superando la Legge Madia, portano attraverso i POLA – Piani Organizzativi per il Lavoro Agile – a percentuali di impiego del lavoro agile che arrivano al sessanta per cento delle attività cosiddette “smartabili”. Ma proprio su questo bisogna lavorare. Fare in modo che la gran parte delle attività sia considerata effettuabile anche da remoto, e per fare questo bisognerà cambiare i processi lavorativi, implementare le reti, dotarsi di nuove infrastrutture, adeguare le professionalità, mettere in campo un piano straordinario di formazione. In questi anni abbiamo visto che non bastano le norme per fare le riforme. Rischiano di restare lettera morta se non vengono accompagnate da un processo di partecipazione e di condivisione che parta dal basso e che guardi dentro ogni amministrazione. In questo, il ruolo delle organizzazioni sindacali e direi delle parti sociali tutte è fondamentale per far crescere la cultura dell’innovazione e della partecipazione. Immaginiamo, quindi, un percorso che porti ad un accordo quadro, nel quale vengano individuati i diversi strumenti operativi che possano poi indirizzare le azioni delle parti contraenti rispetto ai loro livelli di competenza.

Il lavoro agile è strettamente collegato anche al tema del rinnovo dei contratti, visto che ci sarà bisogno di scrivere nuove regole contrattuali per disciplinare a regime tale modalità lavorativa. Quali sono gli obiettivi della Flp?
Abbiamo, come Flp, rappresentato alla ministra Dadone che il confronto sul lavoro agile non può oscurare o rallentare il rinnovo dei contratti, scaduti ormai da circa due anni. Vanno rinnovati per ridare potere d’acquisto a stipendi di fatto bloccati da più di dieci anni, va adeguata la parte normativa recuperando i guasti prodotti dagli ultimi CCNL in materia di tutela della salute, vanno riscritti gli ordinamenti professionali e ripreso il percorso che riconosca il diritto alla carriera negato nelle pubbliche amministrazioni.
Ovviamente, per la parte che riguarda il lavoro agile vanno riscritti numerosi istituti, equiparando a livello economico e giuridico tale attività a quella in presenza, senza alcuna penalizzazione – vedi buoni pasto – , normando temi nuovi quali quelli del diritto alla disconnessione, alla tutela della privacy, alle norme a tutela della sicurezza, al regime dei permessi e della partecipazione sindacale. Inoltre, andrà ripensato anche il sistema di valutazione e di assegnazione degli obiettivi ed evitata la tendenza, presente ancora in buona parte della dirigenza non avveduta, di “cottimizzazione” e di sfruttamento del lavoro a distanza.

Questa pandemia sta cambiando il nostro sguardo sul futuro, sulle priorità e sulle esigenze del Paese. Qual è la sua vision?
La pandemia è stata, ed è ancora, una grande tragedia. Ha messo a nudo i ritardi e le insufficienze della ricerca scientifica – non solo nel nostro Paese, a dire il vero – , ha messo in discussione sistemi e certezze che sembravano intoccabili. Ha dimostrato pure come le politiche di privatizzazione e di svendita dei servizi pubblici sono state assolutamente devastanti, in particolare nella tutela della salute e nel funzionamento della sanità pubblica.
Da questa esperienza, quando sarà finita, l’insegnamento è che nulla sarà come prima. Vi è quindi la necessità di mettere in campo non solo nuovi investimenti nei settori chiave della sanità, della ricerca, dell’istruzione, della sicurezza, ma bisogna anche dare un forte impulso all’economia, dopo una crisi che è intervenuta in una situazione che era già di sostanziale stagnazione economica.
In una prima fase, certamente bisognerà cercare di aumentare i consumi tramite politiche di rilancio dei redditi più bassi – e ci riferiamo ai salari, agli stipendi, alle pensioni, agli incapienti. Superare le iniquità, che ancora permangono, e contrastare l’evasione fiscale e contributiva che toglie ricchezza a tutti. Perché nei periodi difficili le ingiustizie sono ancora più grandi, e non tutti soffrono allo stesso modo.
Poi è indubbio che bisognerà riconvertire e rilanciare il nostro tessuto produttivo con azioni non episodiche, di semplice sostegno all’esistente, ma che investano nelle nuove tecnologie, nelle reti, nella logistica, nell’economia sostenibile, riuscendo a mettere a fattor comune il mondo della ricerca e del sapere con le imprese, il terziario, rilanciando la tutela e la fruizione del nostro patrimonio culturale e il turismo sostenibile, che rappresentano per noi un asset strategico fondamentale .
Su questo, e per questo, le risorse del recovery fund rappresentano una opportunità che non può essere persa. E qui si gioca in gran parte anche la credibilità delle nostre pubbliche amministrazioni che ora come non mai sono al centro di un processo, e direi anche di un progetto, che non può e non deve fallire.

M.P.

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