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anno II numero 1 - gennaio / febbraio / marzo 2019

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28 giugno 2024

GLI ESPERTI RISPONDONO

SI APRE IL CANTIERE PER LA MANOVRA DI BILANCIO 2024: Servono misure serie in materia di pensioni e di flessibilità in uscita

È tempo di rientro al lavoro dopo le ferie estive e, come sempre, l’argomento che suscita maggiore attenzione in questo momento è la prossima manovra di bilancio che si annuncia quest’anno particolarmente complessa e complicata, alla luce delle limitate disponibilità di bilancio a fronte di impegni, tutti onerosi, assunti dal Governo: conferma della riduzione del cuneo fiscale, prima parte della riforma fiscale, rinnovi contrattuali del settore pubblico, etc. etc.

Guardando alle promesse e ai programmi elettorali delle forze di maggioranza, tra gli impegni da inserire in legge di bilancio ci doveva essere anche la riforma delle pensioni, e in particolare l’uscita per tutti, senza alcuna penalizzazione, con 41 anni di contributi, come CSE e FLP chiedono da anni, il che avrebbe segnato un punto di svolta rispetto alla riforma Fornero del 2011 e l’abbandono del sistema delle quote.

Sappiamo già che non sarà così, e che nel 2024 permarrà, magari anche con qualche ulteriore aggiustamento peggiorativo, il sistema vigente nel corrente anno, che, addirittura ha inasprito i requisiti in vigore negli anni precedenti rendendo così più difficile le uscite dal lavoro attivo, e rinviando ancora una seria riforma delle pensioni.

Nell’ammettere la circostanza, il Governo ha attivato dei tavoli tecnici di confronto con le Parti Sociali: il primo ha avuto come oggetto la previdenza dei giovani, ed è stato, a giudizio quasi unanime delle OO.SS., un appuntamento infruttuoso in quanto la Parte pubblica non ha dato contributi e fornito risposte, né avanzato ipotesi al riguardo. Il secondo ha avuto come oggetto la flessibilità in uscita, ed è apparso altrettanto infruttuoso e povero di indicazioni e di impegni da parte della Ministra del Lavoro, che si è giustificata dicendo che erano in corso approfondimenti da parte del MEF. Nel terzo si è affrontata la tematica “opzione donna” ed è terminato con l’analogo epilogo dei due precedenti.

Il 18 settembre si terrà il quarto tavolo sulla previdenza complementare ma nel frattempo cominciano a delinearsi le scelte possibili in manovra di bilancio sul tema pensioni.

Sembra messa definitivamente da parte l’idea di procedere a una seria e strutturale riforma del sistema previdenziale, lasciando quindi ancora in vita la tanto vituperata Riforma Fornero e le sue due storiche opzioni per uscire senza penalizzazioni dal mondo del lavoro: pensione di vecchiaia a 67 anni e pensione anticipata per la quale serve una anzianità contributiva pari a 42 anni e 10 mesi (41 per le donne), con il primo rateo di pensione a 3 mesi dalla maturazione del requisito.

Rispetto alle due opzioni Fornero, sulla base della legge di bilancio, nel 2023 sono state rese praticabili alcune opzioni nuove (quota 103, cioè la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi e 62 anni d’età), e prorogate alcune opzioni in essere negli anni precedenti, in primis “APE social” con la conferma dei requisiti previsti e anche “opzione donna”, ma con un forte inasprimento dei requisiti per accedervi: sempre 35 anni di contributi entro il 31.12.2022, ma con 60 anni di età (e non più 59) o 58 anni con due figli o per dipendenti/licenziate, o a 59 con 1 figlio, e comunque solo limitatamente a tre categorie: donne inabili al lavoro almeno al 74%; caregiver familiari di conviventi con disabilità o non autosufficienti; lavoratrici in esubero o licenziate da aziende per le quali è aperto un tavolo di crisi. Correttivi peggiorativi, che hanno limitato ulteriormente l’accesso a opzione donna, già reso complicato dal ricalcolo totalmente contributivo dell’assegno pensionistico.

Sembrerebbe inoltre che nel 2024 debba arrivare il colpo di grazia per “opzione donna”, che rischia di essere cancellata definitivamente per essere inglobata in APE social (“APE rosa”).

Ai fini delle scelte complessive in materia di pensioni per il 2024, altre opzioni possibili del Governo, come la riconferma di “quota 103” (uscita anticipata senza penalizzazioni con 41 anni di servizio e 62 anni di età), quella di APE social (con la riconferma dei requisiti 2023 e la novità di “Ape rosa”) e quella della riconferma delle pensioni minime a 600 € per gli over 75, come nell’anno in corso, ma senza ulteriori aumenti nel 2024.

E non troverebbe spazio neppure l’idea che qualcuno ha avanzato, anche da parte nostra, di rivedere il meccanismo, varato con la legge di bilancio 2023, che ha ridotto per le pensioni superiori a 4 volte il minimo che hanno continuato a godere di una indicizzazione al 100%, la percentuale di rivalutazione in base alla variazione percentuale degli indici dei prezzi al consumo, fissata dal MEF nel 2022 al 7,3%.

Un meccanismo perverso, che ha sottratto risorse importanti a pensionate e pensionati, erodendo sensibilmente il loro potere di acquisto, a partire innanzitutto dalle pensioni più basse.

Comprendiamo che la coperta è molto corta a fronte delle scelte che servirebbero al Paese. Solo per la conferma del taglio del cuneo fiscale per quasi 14 milioni di lavoratori dipendenti servono 9 miliardi, ma ne occorrono di più per evitare lo scalino derivante dall’applicazione dello sconto medio 2023 che produrranno buste paga a gennaio 2024 più basse, e da qui l’idea di una mini riforma fiscale per far cassa. Ma servono anche altre risorse: minimo 9 miliardi per aprire la stagione dei rinnovi contrattuali 2022-24 del PI; miliardi per misure in materia di welfare e di sgravi per famiglie/imprese.

Ma proprio perché la coperta è corta, servirebbero scelte precise e orientate socialmente in un momento di grande difficoltà, evitando in ogni modo mance, mancette e regalie ai soliti noti (pensiamo alla flat tax al 15% per autonomi e professionisti con redditi fino a 85mila € come fatto nel 2023). Che, in un tal contesto, i pensionati fungano da cassa per sostenere scelte di questo tipo, non va proprio!

Giancarlo Pittelli

 

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