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anno II numero 1 - gennaio / febbraio / marzo 2019

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23 giugno 2021

GLI ESPERTI RISPONDONO

EMERGENZA CORONAVIRUS – EMANATO IL DM DELLA MINISTRA DADONE

Firmato il 19 ottobre scorso il DM della Ministra Dadone che definisce le modalità di svolgimento del lavoro agile, confermato come una modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa, alla luce della nuova fase emergenziale che il Paese sta vivendo.

Viene ribadito che la percentuale di applicazione è almeno del 50 % e all’articolo 3 comma 3 viene specificato che le Amministrazioni, al fine di prevenire il rischio contagio, dovranno aumentare nell’ambito delle loro articolazioni tale percentuale in modo significativo, garantendo percentuali più elevate possibili.

Viene confermato il lavoro da remoto senza rientri per i lavoratori fragili.

Questa fase andrà correlata all’individuazione di modalità di collocazione del personale in attività da remoto, di criteri di applicazione e di individuazione delle fasce di contattabilità attivando confronti con i sindacati, per definire regole di massima tutela e sicurezza sui posti di lavoro, nel rispetto del Protocollo del 24 luglio 2020.

Cambia il paradigma: non più attuare politiche di rientro in presenza, ma calibrare in modo più significativo e pregnante la ricollocazione in lavoro da remoto della maggioranza del personale, come fattore di prevenzione del rischio contagio, molto alto nei trasporti, tragitto casa lavoro, e anche all’interno degli stessi Uffici.

Non vengono affrontati altri aspetti, pur importanti, legati al riconoscimento dei buoni pasto e al rimborso delle spese sostenute per via dell’utilizzo delle proprie dotazioni informatiche e utenze. Ma su questi argomenti sarà la contrattazione a doverne definire gli aspetti e gli ambiti applicativi.

Rispetto agli annunci dei giorni scorsi, sia i DPCM 13 e 18 ottobre 2020 che lo stesso DM appaiono eccessivamente prudenti rispetto alla nuova fase emergenziale; probabilmente su questo incide la persistente campagna di parte dei media e della cattiva politica,  che continuano a criminalizzare il lavoro pubblico, visto come presunta nicchia di privilegiati che non solo godrebbero di uno stipendio fisso, ma che ostacolerebbero la ripresa economica con i loro ritardi e inefficienze.

Un film già visto troppe volte e che risponde solo a logiche  di parte, a interessi ben precisi, minando la tenuta complessiva e l’identità del nostro Paese.

Sparando nel mucchio, in modo ingeneroso sulle lavoratrici e lavoratori pubblici che svolgono spesso senza mezzi e risorse in modo encomiabile il loro lavoro, si tende a nascondere le  pesanti responsabilità che ricadono sulla politica e sull’alta burocrazia che in questi decenni hanno perseguito colpevoli politiche di esternalizzazioni, mancati investimenti strutturali e gestionali.

Risponderemo anche a questi attacchi riconfermando invece la centralità del lavoro pubblico, il ruolo che deve svolgere in modo sempre più significativo a garanzia della tenuta democratica, inclusiva e di servizio che la Costituzione gli assegna.

 

Roberto Sperandini

 

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