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27 marzo 2021

GLI ESPERTI RISPONDONO

Compito della scuola è formare le nuove generazioni, non essere al servizio delle imprese.

Riflessioni della Gilda a margine di un convegno al Cnel su istruzione e formazione

Giovedì 20 febbraio 2020, nel corso di un Convegno presso il Parlamentino di viale Lubin a Roma, il CNEL ha presentato il documento dal titolo: “Istruzione e formazione: la vera sfida per il Paese. Orientamento, Formazione permanente e Parità d’accesso”.[i]

Gli estensori del documento inizialmente rilevano un dato oramai ampiamente acquisito e che non ha più neppure la necessità di essere documentato, quello cioè che l’Italia è tra i Paesi che meno investono nel sistema di Istruzione e Formazione. Dato, del resto, confermato anche dalla Legge di Bilancio 2020. Allo stesso modo affermano che lo sviluppo economico (ma io direi non solo economico) di un paese è strettamente dipendente dalla qualità “delle competenze e delle conoscenze delle persone” che in quello Stato vivono.

Dato per scontato che è indispensabile aumentare le risorse per il sistema di istruzione, i ricercatori che hanno condotto lo studio hanno individuato tre priorità alle quali destinare gli investimenti: orientamento, formazione permanente e parità di accesso.

Nel corso della presentazione e del dibattito che ne è seguito tuttavia sono emerse, a parere di chi scrive, alcune criticità.

La prima di tutte è il modello di scenario futuro che è stato ipotizzato. Senza entrare nel merito, è bene ricordare che credere di riuscire a prevedere come sarà il mondo nel futuro, prossimo o remoto, è operazione alquanto complessa, forse impossibile nel contesto di grandi trasformazioni nel quale ci troviamo. Comunque in questo paventato scenario l’eccessivo insistere sulla “scuola su misura” e sulla “scuola al servizio delle imprese”, che dovrebbe sfornare giovani pronti per le occupazioni che le aziende richiedono, mi è sembrato in contrasto con quello che oggi servirebbe al sistema di istruzione in Italia.

Nel primo caso, “la scuola su misura” introduce la pratica didattica della “personalizzazione”, portando nel sistema di istruzione il marketing del “toyotismo”: ad ogni persona viene confezionato un proprio percorso basato sulle richieste e sulle esigenze personali, senza tener conto dei profili comuni di uscita. Se a questo aggiungiamo la richiesta di una certificazione delle competenze nazionale su base INVALSI e/o OCSE, si capisce che si arriva direttamente alla richiesta di abolizione del valore legale del titolo di studio.

Sul secondo punto direi che la scuola non può, e non deve, formare “specifiche professionalità”, che del resto cambiano con grande rapidità a detta delle stesse aziende. La scuola pubblica statale non è un gigantesco ente di formazione al servizio delle aziende private, ma un’Istituzione della Repubblica al servizio dell’intera società. Questo significa che la scuola e i suoi docenti hanno il compito di dotare le nuove generazioni degli strumenti di base per esercitare la cittadinanza attiva in tutti i campi del sociale, compreso quello del lavoro. Le aziende poi, come del resto hanno fatto nel periodo del boom economico, dovranno destinare risorse per fornire ai propri dipendenti la formazione specifica, necessaria a svolgere le mansioni richieste dall’impiego. Allo stesso modo dovranno garantire anche la formazione permanente al mutare delle professionalità. Non si deve verificare nel campo della formazione quella che viene definita la “privatizzazione dei profitti” e la “socializzazione delle perdite”.

Nel presente, quindi, è necessario rimanere ancorati alla nostra Costituzione che considera la scuola un’Istituzione che ha il compito, affidatole da tutta la società, di “formare” le giovani generazioni.

Gianluigi Dotti

 

[1] Il documento si può scaricare a questo link https://www.cnel.it/Portals/0/CNEL/Pronunce%20dell’Assemblea/2018/no%20Assemblea/Documento%20scuola%2020%20febbraio%202020.pdf?ver=2020-02-20-172730-937

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