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GLI ESPERTI RISPONDONO

“Le Case di comunità? Sforzo logistico difficile da sopportare per troppe Regioni”

L’ultimo alert sul Pnrr arriva da un’indagine Eurispes-Enpam: “Senza le necessarie professionalità, le strutture rimarranno vuote”. Dati sconfortanti sul depauperamento degli organici del Ssn

Un’altra luce rossa di allerta si accende sul progetto di riforma dell’assistenza sanitaria territoriale contenuta nel Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza). Come non bastassero i ritardi accumulati sul fronte delle Case e degli Ospedali di comunità, con un rischio già emerso alla luce del sole di definanziamento per circa il 20% delle strutture, ora arriva l’avvertimento di Eurispes ed Enpam: “L’obiettivo programmato con il Dm 77 dell’apertura in pochi anni di circa 1.350 Case della Comunità comporta uno sforzo logistico enorme che difficilmente la maggior parte delle Sanità regionali sarà in grado di sopportare”.

In occasione della presentazione odierna della ricerca ‘Il Termometro della Salute’, promossa dall’Osservatorio Salute, Legalità e Previdenza dell’istituto di ricerca e dell’ente di previdenza e assistenza dei medici, torna così a risuonare l’allarme sui costi di mantenimento a regime dei presidi previsti dalla Missione 6 del Recovery, un tema già sollevato da Corte dei conti e Ufficio parlamentare di bilancio. “Se il Sistema sanitario nazionale non sarà messo in grado di programmare e poi assorbire le necessarie professionalità, le Case e gli Ospedali della Comunità rimarranno vuote – proseguono Eurispes ed Enpam –. Mentre la crisi del decisivo comparto della medicina generale si avviterà ulteriormente, gli ospedali continueranno a degradarsi, l’universalità della sanità pubblica continuerà a deperire, si apriranno ulteriori autostrade per la sanità privata e curarsi diverrà una questione di censo”. I due istituti hanno promosso un osservatorio che vigilerà sull’intero processo di attuazione della riforma disegnata dal Piano, ma è evidente che quello delle cure di prossimità è ormai un caso nell’ambito della più ampia querelle che riguarda le modifiche al Pnrr.

Per il resto, l’indagine fotografa con numeri impietosi lo stato dell’arte di un sistema sanitario sempre più sfibrato, sguarnito di risorse umane, popolato da un personale anziano e con stipendi e condizioni di lavoro tutt’altro che attrattive. L’anno di riferimento è naturalmente l’ultimo pre-Covid, il 2019, ma non molto nel frattempo è cambiato e non si è fatto granché tesoro della lezione impartita dalla pandemia: il finanziamento complessivo del Fondo sanitario nazionale è destinato infatti a tornare nel 2025 esattamente ai livelli di quattro anni fa (6,2% del Pil). A questi fondi vanno aggiunti i circa 40 miliardi di euro di spesa diretta, crescente, dei cittadini (cosiddetta ‘out of pocket’), in pratica il 2,2% del Prodotto interno lordo: numeri desolanti rispetto a competitor come Germania (9,9% e 1,7%), Francia (9,4% e 1,8%) o Svezia (9,3% e 1,6%), ricorda il report. Tirando le somme, osservano mestamente Eurispes ed Enpam, tra il 2010 e il 2019 “sono stati sottratti oltre 37 miliardi di euro alla Sanità pubblica”. Cifre che mal si conciliano con la missione di un Ssn di stampo universalistico.

Il mancato turn-over e il reiterato blocco delle assunzioni “hanno prodotto anche sacche di precariato inconciliabili con la continuità assistenziale”, spiega la ricerca. Un’emorragia che il periodo del Covid non ha arrestato, malgrado i tentativi di stabilizzazione del personale reclutato in emergenza, e che rischia di essere aggravata ulteriormente da un’ondata di prepensionamenti. Già oggi la “quota di infermieri (circa 6,16 ogni 1.000 abitanti; con un 1,4 infermieri per ogni medico) colloca l’Italia agli ultimi posti della classifica dei paesi Ocse”, testimonia l’indagine. Più in generale, secondo Agenas, tra il 2012 e la fine del 2018 si sono persi 25mila operatori sanitari. Al tempo stesso i medici under 35 sono in Italia soltanto l’8,8% del totale, contro percentuali superiori al 30% in Gran Bretagna, Olanda e Irlanda, o comunque superiori al 20% in Germania, Spagna e Ungheria.

Anche guardando in prospettiva, lo scenario tratteggiato da Eurispes ed Enpam è desolante. “Dal 2022 al 2027 il Sistema sanitario pubblico perderà ogni anno una media di 5.866 medici dipendenti, e una media di 2.373 medici di medicina generale”. Dunque si calcolano complessivamente per il quinquennio “le uscite di 29.331 medici dipendenti, e di 11.865 medici di base”. Un salasso di circa il 30% rispetto agli organici attuali. Anche “i 21.050 infermieri più anziani del servizio pubblico sono destinati a lasciare vuoto il loro posto di lavoro nel prossimo quinquennio per raggiunti limiti di età”.

Il report dedica molta attenzione al caso dei medici di medicina generale: analizzando i dati Agenas, emerge che nel triennio 2019-2021 se ne sono ‘persi’ in Italia 2.178, oltre a 386 pediatri di libera scelta, in percentuale più del 5%. “Dal momento che ogni medico di base assiste una media di cittadini superiore ai mille e che i medici più anziani spesso sfiorano o addirittura sforano il massimale di 1.500 assistiti – spiegano Eurispes ed Enpam – ciò ha significato che circa 3milioni di cittadini sono rimasti senza medico di base”.

Reclutare forze fresche, dall’altra parte, è sempre più complesso, vista la scarsa attrattività delle professioni sanitarie in termini di retribuzione e prospettive di carriera. Non per niente, snocciola la ricerca, il medico italiano ha un reddito pari a 2,4 volte quello medio del Paese, mentre in Gran Bretagna il rapporto sale a 3,6, in Germania a 3,4, in Spagna a 3,0, in Belgio a 2,8. E lo stesso vale a grandi linee pure per gli infermieri.

Naturalmente, la sanità italiana non è un unicum compatto, ma un arcipelago di realtà molto differenziate in rapporto alle diverse performance regionali. Così, se Toscana, Emilia-Romagna e Veneto anche negli anni duri della spending-review sono state in grado di sostituire integralmente il personale andato in quiescenza e addirittura di aumentarlo, la Lombardia ha sostanzialmente mantenuto gli organici e il Piemonte li ha leggermente diminuiti. Mentre tutte le altre Regioni rimangono sotto piano di rientro e hanno un tasso medio di turn-over, tra il 2012 e il 2017, inferiore al 70%.

Ciò si ripercuote anche sugli squilibri legati alla cosiddetta ‘mobilità sanitaria‘. “In termini di efficienza, la ‘forbice’ tra alcune Regioni del Nord e quelle del Centro-Sud, inevitabilmente si allarga. Ai due estremi, nel 2018 la Regione Lombardia ha riscontrato un saldo positivo di quasi 809 milioni di euro, mentre la Regione Calabria un deficit di quasi 320 milioni di euro e la Regione Campania di più di 302 milioni”, dicono Eurispes ed Enpam. Ovviamente “gli importi versati dalle Regioni che ‘cedono’ pazienti a quelle in grado di erogare le prestazioni, determinano una ulteriore difficoltà in budget sanitari già compressi dai piani di rientro. All’opposto, le Regioni che erogano molte prestazioni a cittadini non residenti possono contare su di un over-budget che rende possibili investimenti in strutture e personale, di cui beneficiano in primo luogo i cittadini residenti”. Dunque, il gap si sta via via ulteriormente allargando.

Se durante la pandemia “il Paese ha tenuto, se la sanità pubblica ha svolto la sua decisiva e riconosciuta funzione, se il ruolo della salute nel quadro più generale di una società democratica e avanzata è tornato in prima pagina, sarebbe un grave errore non concentrare ora il massimo sforzo per rimettere, con la riforma, la sanità definitivamente al centro delle politiche volte alla crescita del Paese”, ha chiosato oggi il presidente Eurispes, Gian Maria Fara.

È tornato invece sul nodo Pnrr e assistenza territoriale il presidente Enpam Alberto Oliveti: “È evidente che le 1.400 Case di comunità previste dal Piano non assolveranno alla stessa funzione delle decine di migliaia di studi medici attualmente attivi in Italia. Tra l’abitazione del cittadino e le Case di Comunità programmate (una ogni 42mila abitanti), infatti, si creerà un vuoto di assistenza, se non si imposterà al contempo un progetto di rilancio dell’attuale rete degli studi di medicina generale. In questo senso, l’Enpam sta concretizzando un progetto che consentirà ai medici di base di aggregarsi in studi più strutturati, organizzati e attrezzati, pur continuando a garantire una presenza realmente capillare e flessibile sul territorio (studi ‘spoke’)”. Infine, il presidente Osservatorio Eurispes-Enpam Salute, Legalità e Previdenza, Carlo Ricozzi, ha chiarito: “La pubblicazione di questo lavoro di ricerca è rivolta ad alimentare il dibattito, mai sopito in verità, su uno degli aspetti chiave della giustizia sociale: l’accesso alle cure indipendentemente dal censo”.

La sintesi dell’indagine

Di Ulisse Spinnato Vega

FONTE: NURSIND SANITA’
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