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anno II numero 1 - gennaio / febbraio / marzo 2019

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27 marzo 2021

GLI ESPERTI RISPONDONO

Sanità: luci, ombre e prospettive ad “Avanti il prossimo”

La scorsa puntata della trasmissione tv “Avanti il prossimo” (TV2000) condotta da Piero Badaloni ha affrontato un altro dei problemi che maggiormente affliggono la serenità dei cittadini: la Sanità.

Attraverso gli interventi degli invitati, Badaloni ha condotto il pubblico in un breve ma ampio viaggio all’interno della sanità italiana, evidenziandone le principali criticità sia alla luce di accadimenti reali, sia in una prospettiva di miglioramento, attraverso l’analisi di proposte, idee e provvedimenti legislativi che potrebbero contribuire al rilancio del Sistema sanitario.

I dati presentati in trasmissione (elaborati da Censis e Demoscopica) hanno messo in luce un sistema sanitario che, agli occhi dei cittadini, appare inadeguato a soddisfarne i bisogni. Al tempo stesso ne emerge un’Italia frammentata, con una suddivisione geografica che vede maggiormente premiate (in termini di riconoscimento di qualità) le regioni settentrionali e fortemente penalizzate quelle meridionali. Le Regioni considerate “sane” dai propri cittadini sono il Piemonte, la Lombardia, il Trentino – Alto Adige e l’Emilia Romagna. Maglia nera invece per Calabria, Abruzzo, Puglia, Campania, Basilicata, Sicilia e Sardegna. A metà del guado le Regioni centrali (Liguria, Toscana, Lazio, Umbria, Marche, Molise) e tre regioni del Nord: Valle d’Aosta, Veneto e Friuli Venezia Giulia.

Ma quali sono le criticità rilevate dai cittadini? Secondo il Tribunale dei Diritti del Malato – Cittadinanza Attiva (rappresentato in studio dalla Vice coordinatrice nazionale Sabrina Nardi) le oltre 21000 segnalazioni raccolte dal TdM rilevano soprattutto la difficoltà nell’accesso alle prestazioni sanitarie (30,5%), seguite da presunti errori sanitari e carenza di sicurezza delle strutture (14,6%), carenza nell’assistenza medica territoriale (11,5%), carenza di informazione sanitaria (11,4%) e carenze nell’assistenza ospedaliera (10,2%). In questo ultimo ambito, inoltre, spiccano i disagi nel sistema dell’emergenza urgenza (62,8%, in aumento), i rifiuti di ricovero o i ricoveri inadeguati (23,8%) e i problemi e/o le criticità nelle dimissioni (13,4%).

La via d’uscita a questa situazione è stata rappresentata in maniera sostanzialmente unanime nel potenziamento della rete assistenziale e delle risorse.

Domenico Iscaro (ANAAO Assomed) ha più volte ribadito la necessità di istituire e potenziare, dal punto di vista strutturale, organizzativo e relazionale, un sistema differenziato per intensità di cura, in cui rete ospedaliera (per le acuzie) e rete territoriale si integrino e agiscano ponendo al centro il bene dell’assistito. Anche Andrea Bottega (Segretario Nazionale del NurSind, il sindacato degli Infermieri… dal minuto 1:00:55) ha riconosciuto l’importanza di implementare un sistema di questo tipo, evidenziando e proponendo a tale scopo la figura dell’Infermiere di Famiglia, già esistente in molti Paesi europei e, in via sperimentale, anche in alcune Regioni italiane (apripista il Friuli Venezia Giulia, dal 2000), in grado di agire sul territorio e contribuire, con atteggiamento proattivo, all’innalzamento del livello assistenziale e preventivo con un significativo abbattimento dei costi per il sistema.

I costi sono infatti la spina nel fianco del SSN, pesantemente condizionati da grandissimi sprechi. Si stima infatti che gli sprechi in sanità superino i 24 miliardi di euro all’anno (il 20% del Fondo Sanitario Nazionale) e si annidano e manifestano attraverso interventi inefficaci ed inappropriati (7,4 miliardi), frodi e abusi (4,9 miliardi), acquisti a costi eccessivi (3,2 miliardi), sottoutilizzo delle prestazioni (3,4 miliardi), burocrazia e ritardi amministrativi (2,7 miliardi) e inadeguato coordinamento dell’assistenza (2,9 miliardi).

Sul piano legislativo il Parlamento sta varando delle misure, attese e sperabilmente efficaci, come illustrato da Federico Gelli, membro dela Commissione Affari Sociali della Camera e relatore del disegno di legge sulla responsabilità professionale. Innanzitutto aumentando le risorse per il Fondo Sanitario Nazionale, portato a + 2 miliardi sul 2015 e quindi a 113 miliardi di euro. Aumento che servirà, accanto a una ulteriore spinta verso la razionalizzazione e l’efficientamento della spesa delle Regioni, soprattutto quelle meno virtuose, a finanziare i nuovi LEA (aggiornati dopo 15 anni e che ora comprenderanno altre nuove prestazioni, completamente gratuite per i cittadini) e il nuovo Piano Nazionale Vaccini, con cui si vuole far fronte al decadimento della percezione sociale del valore delle vaccinazioni nel debellare e impedire il ritorno di malattie importanti.

Ma il Parlamento sta lavorando anche alla conclusione dell’iter del DL sulla Responsabilità professionale (previsto per metà febbraio), che introduce strumenti di tutela da un lato per l’esercizio professionale, dall’altro per il risarcimento del danno ingiustamente patito dal cittadino, anche attraverso strumenti finanziari di garanzia e percorsi di conciliazione che alleggeriranno il carico sulla Magistratura, su cui oggi convergono oltre 300000 cause pendenti.

Combattere gli sprechi, fornire gli strumenti per consentire alle professioni sanitarie l’esercizio del proprio lavoro eliminando la distorsione della medicina difensiva e omissiva, garantire il cittadino nel soddisfacimento del diritto di giustizia in ambito sanitario, costituire un sistema obbligatorio di Risk Management e di assicurazione delle strutture sanitarie, rafforzare le strutture territoriali e l’integrazione in reti di assistenza efficienti in cui le professionalità possano esprimere il proprio potenziale qualitativo e quantitativo, aumentare i livelli delle prestazioni essenziali e la diffusione delle vaccinazioni sono i cardini di un impianto di rinnovamento che deve ora cominciare a realizzarsi ed in cui il cittadino si deve sentire accolto e accompagnato. Certo le politiche di tagli lineari degli ultimi anni e l’emorragia di risorse umane nel sistema sanitario (10.000 tra medici e infermieri in meno in un anno) non sembrano aiutare in tal senso, ma è auspicabile che la percezione di una necessaria inversione di tendenza diventi quanto prima un bene condiviso.

 

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